Lo spazio e la finzione

Lo spazio della rappresentazione audiovisiva funziona in modo analogo a quello della rappresentazione pittorica reinventata dagli artisti del Rinascimento.
E’ uno spazio che si finge reale; che ci vuole illudere e coinvolgere, fino a farci sentire all’interno degli ambienti, così come delle atmosfere e delle dinamiche narrative che lo agiscono.
Lo spazio dei teatri di posa e degli studi televisivi, come pure gli ambienti esterni che fanno da sfondo alla rappresentazione, sono il più delle volte spazi concreti, reali, misurabili (quando non sono realizzati con la grafica 3D, come accade sempre più spesso).  La finzione con consiste soltanto – o soprattuto – nel fatto che, ad esempio, la scena rappresentata è stata girata in un luogo geografico diverso (come i paesaggi andalusi o laziali dove venivano ambientati molti “spaghetti western” che si fingevano Texas o New Mexico), quanto per il fatto che l’azione rappresentata viene raccontata in una serie di frammenti (le inquadrature) montati in sequenze percepite come continue e affatto verosimili, che possono essere riprese in luoghi e tempi diversi dove ciò che conta è non la realtà del set, ma il realismo (se è ciò che si vuole ottenere) determinato dalla continuità. Questo risultato è prodotto grazie ad una serie di elementi fondamentali nella narrazione per immagini, inventata dai primi autori del cinema americano classico tra glia gli Dieci e i Venti, che costituiscono le basi fondamentali del montaggio.

citta-ideale
Rappresentazione pittorica su tavola di autore ignoto, realizzata nella seconda metà del Quattrocento (1470-90?)
Il Gladiatore: scena della sfida nel Colosseo

Scena da “Il gladiatore” di Ridley Scott. L’anfiteatro è stato ricostruito in compositing (effetti speciali) di post-produzione.

Nello spazio reale, quando partecipiamo ad un accadimento qualunque, anche il più semplice come ad esempio un dialogo tra persone, condividiamo necessariamente quello spazio fisico tridimensionale, e il tempo – la durata dell’azione – fintanto che vogliamo essere li, in quel frattempo. Questo succede anche ad una rappresentazione teatrale del tipo “quarta parete”, dove il pubblico in sala assiste silenziosamente (e indiscretamente) all’azione scenica. E succedeva analogamente anche nel cinema dei primordi, dove l’azione filmata era ripresa nella sua durata effettiva e, soprattutto, anche quando ai primi del Novecento matura l’idea delle inquadrature dei campi, dei piani e del montaggio, la posizione della MdP rappresenta sempre la stessa posizione, lo stesso rapporto spaziale, la stessa prospettiva dove la destra resta sempre a destra e viceversa.
Ad un certo punto, nella evoluzione del nuovo mezzo di comunicazione, ci si rese conto che si poteva girare intorno agli attori e introdurre anche un diverso punto di vista, che oggi definiamo “soggettivo”, che può essere e il più delle volte è, il punto di vista di uno dei personaggi. La visione oggettiva, di “teatro fotografato”, veniva così superata. Questo avveniva sia grazie alla possibilità di avvicinarci ai personaggi, di vederli isolatamente rispetto al contesto (mezza figura), di vederli in faccia (primi piani) o di vedere singoli particolari (dettagli); ma anche perché la MdP a questo punto ci proiettava all’interno della scena, facendoci assumere il PoV di un osservatore invisibile o di uno dei personaggi.


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