Il Grido, dal trattamento alla messa in scena.

Chi è Aldo? Che storia è la sua?
Quali furono le motivazioni narrative che spinsero Antonioni a scriverla? Forse la volontà di raccontare ancora quei luoghi, il paesaggio padano che tanto amava. Forse egli voleva narrare la vicenda di un uomo semplice, di un lavoratore. Mostrare come la gente del popolo vive i propri drammi, come li sa affrontare, pur senza avere gli strumenti per comprenderli fino in fondo. Questo possiamo affermarlo poiché è Antonioni stesso che lo scrive nella prima stesura del soggetto, quando dice che Aldo non sa cosa gli stia succedendo, non sa capire le trasformazioni innescate dal suo dramma. Non sa capire perché la perdita della sua donna lo abbia sconvolto sino al punto da perdere se stesso. O meglio, di come la crisi intervenuta lo abbia messo davanti al suo vero se stesso, costringendolo ad interrogarsi su cose cui non aveva mai pensato prima.

Facciamo un passo indietro. Partiremo dal film, facendo di tanto in tanto solo qualche accenno al primo trattamento scritto da Antonioni probabilmente nell’autunno del 1954.

La storia è ambientata nella bassa padana, lungo il Po, tra nuovi insediamenti industriali e poveri villaggi contadini attraversati da strade acciottolate. Lungo il fiume, dai sentieri di campagna è possibile vedere i segni tangibili della trasformazione del territorio.   
Aldo (nel film fa l’operaio in una fabbrica), vive con una donna e due bambini, un maschio e una femmina. Sono i figli della loro relazione, ma Aldo e Irma (nel soggetto la donna non ha ancora un nome) non sono sposati. Lui vorrebbe, ma non è possibile perché lei è ha già un marito, un “poco di buono” (così lo definisce l’autore) che un giorno l’ha lasciata per andare in Brasile, senza più dare notizie. Aldo vorrebbe stabilizzare la loro unione, avere un rapporto normale, anche agli occhi dalla piccola comunità in cui vivono.

Il film inizia con l’arrivo della notizia ufficiale della morte del marito di Irma. Lei ne è rattristata, ma accoglie la notizia anche con una certa preoccupazione. Probabilmente in lei si era già da tempo insinuato un disagio, un malessere che non è riuscita a comunicare. Ma adesso gli eventi precipiteranno inevitabilmente. In principio tiene nascosta la notizia ad Aldo, quasi gli sfugge. Poi, in casa, alle domande dell’uomo per il suo strano comportamento, è costretta a rivelare quanto ha saputo e lui ha come un moto di soddisfazione: finalmente potranno sposarsi, dopo sette lunghi anni di attesa. Ma non sarà così. Irma è scontrosa, turbata, sembra dubbiosa. Cosa succede? Aldo non capisce. Infine lei confessa di amare un altro. Un tale che Aldo conosce solo di vista, uno senza importanza. Nel primo racconto è detto esplicitamente che tra loro non c’è mai stato niente, ma nel film questo inciso manca. Quello che non è ben chiaro, tanto nel trattamento iniziale quanto nella realizzazione su pellicola, è il perché una donna semplice di provincia con due figli, si debba legare ad un altro, cancellando d’un tratto anni di convivenza, mettendo in discussione il futuro dei figli e soprattutto di quello che è stato per tanto tempo il suo compagno.  Nel film Irma ammette di averlo amato, che i suoi sentimenti erano sinceri. E non emergono precedenti episodi di tradimento o di violenza trai due, sebbene Aldo – interpretato dall’attore americano Steve Cochran – appaia come un uomo attraente con un carattere non facile. La Irma interpretata da Alda Valli è una donna matura, concreta. Non è più nell’età da innamorarsi alla follia di uno qualunque. Aldo forse l’ha trascurata? Possiamo solo supporre, fare congetture e immaginare qualcosa nel loro passato, una inquietudine che però deve aver attraversato la mente di Irma senza che Aldo ne sia mai sabato pienamente consapevole… 

Comunque sia, Irma gli chiede di lasciarla andare per la sua strada, che non intende sposarlo, che tra loro è tutto finito. Ogni tentativo da parte dell’uomo per dissuaderla risulta inutile. E poi la scenata per strada, i ceffoni, la gente che li guarda… Lei si ricompone senza una parola, fiera e risoluta. Lui la vede andar via e capisce che ormai è davvero finita. A questo punto Aldo lascia tutto e parte portando con se la figlia Rosina. Nella scena successiva vediamo una sorta di carro avanzare nella nebbia del primo mattino e una inquadratura ci mostra Aldo e la bambina accanto al conducente.
Anche qui, il film non ci da maggiori dettagli. Appare strano che una madre lasci andare la figlia senza chiedere spiegazioni, senza sapere dove andrà a stare. O forse lui va via all’improvviso, senza dar tempo a Irma di reagire. Anche qui, possiamo solo immaginare… O forse l’autore ci vuole semplicemente ricordare che questa è una storia inventata, che non è la vita vera dove le cose vanno come vanno e sono in genere poco interessanti… Nel film, non solo tempo e spazio sono concentrazione di segni e simbologie, ma non c’è alcuna urgenza di verità, almeno nel senso comune del termine. Il film non svolge un’analisi psico-sociologica, non ci fa conoscere in profondità l’animo dei personaggi, non scandaglia il loro passato. Ritaglia un frammento del loro vissuto, a partire da un dato momento per giungere ad una determinata conclusione. Siamo noi a dover compiere il lavoro restante, confrontandoci con quelle realtà, con quegli eventi, con quelle esistenze. Ma questo non significa che dobbiamo andare in cerca della verità. Non ci si deve porre le domande che farebbe un magistrato in cerca di un movente. Nei film come Il grido, la dimensione è metaforica, esemplare, indeterministica e ai limiti dell’irrazionale, a dispetto di una certa atmosfera che riecheggia il neo-realismo. Del resto è stato osservato come persino nel caso dell’attacchino di Ladri di biciclette, che si mette cercare la bici che gli hanno rubato per tutta la città e alla fine decide di rubarne una a sua volta anziché scegliere una soluzione più “normale”, la storia appaia pretestuosa ed i valori in essere siano altri dal semplice intreccio narrativo. 

Aldo e la bambina arrivano quindi nel paese di Elvia, la ragazza che anni prima lui ha lasciato per Irma. Passano con lei una giornata abbastanza piacevole. Sembra quasi che lui pensi di fermarsi , di riannodare il filo spezzato. Forse anche lei lo crede possibile, per un momento e sembra felice.
Antonioni inserisce qui una scena nella quale Irma si incontra Elvia e le lascia una valigia con degli abiti per Aldo e Rosina. Nei dialoghi si mostra preoccupata, ma non sembra sconvolta per il destino della figlia (anche in questo caso il comportamento di Irma appare contraddittorio. Non avrebbe dovuto provare a riportare con se la bambina?) Dobbiamo immaginare che Irma consideri tutto sommato giusto che la figlia maggiore stia col padre? Forse lei pensa che l’uomo troverà un lavoro e magari che torni con Elvia, come lei stessa gli aveva suggerito in precedenza? 

Aldo non sapeva esattamente cosa aspettarsi dall’incontro con la sua vecchia fidanzata. Ma la sua indecisione è insostenibile per Elvia che alla fine gli chiede di andarsene. E Aldo riparte. Non vuole farla soffrire di nuovo, anche perché si è accorto di piacere ad Edera, la sorella minore di Elvia. E parte con Rosina in cerca di un nuovo posto dove stare, di un lavoro, di una sistemazione per la bambina. Nel soggetto la sosta da Elvia e le scene seguenti non ci sono. C’è invece la storia di Aldo con una lavandaia e l’incontro con un compaesano che gli riferisce del matrimonio di Irma.

Nel film c’è invece l’episodio della benzinaia, il cui personaggio è ispirato ad una persona che Antonioni aveva conosciuto. tempo prima. Una donna che fantasticava di viaggi guardando carte geografiche, ma che non si era mai realmente mossa dal suo paese. Nella prima stesura del racconto, “la benzinaia” è una giovane donna sola, divorziata, attraente e disinvolta con gli uomini. Nel film Virginia – questo il suo nome – vive invece con l’anziano padre, un contadino che le da molti problemi. Si capisce chiaramente che il vecchio non ha mai digerito la vendita del podere e l’apertura della stazione di servizio voluta dalla figlia. Beve e spesso si allontana da casa. Come vedremo, sarà proprio il vecchio che Rosina avrà come compagno di giochi quando Aldo si decide ad accettare il lavoro al distributore, sperando forse d’aver trovato una sistemazione definitiva per lei e la bambina. Ma Virginia non è la donna giusta, soprattutto per Rosina, che pure si era adattata bene alla nuova situazione. Un giorno, in occasione di una breve viaggio in città – forse Ferrara – Rosina scopre il padre e Virginia stesi per terra che si baciano. Nella stesura del soggetto, questo episodio costituisce una svolta nella storia perché Aldo capisce che Rosina non può stare bene in quella condizione. Anche nel film, la presenza di Rosina diventa sempre più ingombrante per la benzinaia così Aldo si decide a rimandarla dalla madre. Questo episodio resta un momento decisivo. La definitiva rottura con la sua esistenza passata e l’inizio d’una lenta discesa. Dopo poco tempo, Aldo abbandona Virginia senza una parola, senza una spiegazione. L’uomo che da principio cerca ancora di trovare un lavoro (come meccanico), si lega ad un’altra donna Andreina, una giovane prostituta che vive in una baracca sulle rive del fiume. Senza un lavoro e senza mezzi, i due vivono alla giornata. Una sera di pioggia, Andreina esce per procurarsi qualche soldo, tornando alla suo vecchio mestiere. Aldo prima la lascia andare, poi in un sussulto di orgoglio o di vergogna la cerca disperatamente in giro. La ritrova ed hanno una discussione che rappresenta anche la fine della loro relazione. Lei si sente giudicata da Aldo, ma lui non può accettare di vivere in quel modo. Sente d’aver toccato il fondo.  Si rimette in viaggio e per caso ricapita alla stazione di servizio di Virginia. È a questo punto che la storia ha la svolta definitiva. Durante la sua assenza è arrivata una cartolina di Irma (una lettera nella prima idea narrativa). Così, Aldo decide di tornare al suo paese. Appena giunto nei pressi, trova dei disordini causati degli espropri dei terreni agricoli per far posto forse ad una raffineria. La gente è scesa in strada e c’è la polizia. Aldo cerca Irma e la vede attraverso la finestra di casa mentre accudisce il suo ultimo nato. Lei lo intravvede di sfuggita, ma non fa in tempo a fermarlo che lui è già andato via. Aldo è andato alla vecchia fabbrica e sale sulla torre dove un tempo lavorava. Irma lo raggiunge che è già su in cima, non sappiamo bene perché sia salito lassù. Forse vuole solo vedere il paesaggio che conosceva così bene, il suo mondo perduto. Irma lo vede su in cima e lo chiama. Lui si gira sentendo la voce di lei, ha un capogiro e cade di sotto proprio mentre la donna lancia il grido straziante che da il titolo al film. L’ultima inquadratura ricorda un compianto su corpo di Cristo morto. Il dramma si compie ed è una tragedia, ma una tragedia senza eroismo, senza catarsi. Del resto la morte di Aldo non è il gesto estremo ed eroico della sua crisi. Forse è piuttosto un banale incidente. La macchina inquadra in campo lungo la donna inginocchiata accanto al corpo prono di Aldo, mentre la colonna sonora non ha nulla di tragico, ricorda piuttosto il suono di un organetto da fiera paesana. Così Antonioni sottolinea in modo sconcertante l’irrilevanza d’una esistenza e della sua banale e tristissima conclusione.

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