Ozu Yasujirō

tumblr_mxx5rgHrag1rovfcgo3_r1_1280Se non ricordo male, vidi in televisione  Alice nelle città di Wim Wenders, un film del ’73, quando ero ancora studente all’Accademia (1976-1980). O forse lo avrò visto in uno dei molti cinema d’essai che frequentavo a quei tempi. Probabile.
Il nuovo cinema tedesco mi interessava molto: Herzog, Fassbinder, Fleischmann, Schlöndorff e poi il giovanissimo Wenders.
In seguito ho visto ogni altro suo film, restandone sempre affascinato. Posso dire senza dubbio che Lo stato delle cose (1982) ebbe un’influenza diretta sul mio modo di fotografare. Così come accadde quando vidi Paris, Texas (1984) e poi Il cielo sopra Berlino, (il primo con la fotografia di Robby Müller e il secondo che aveva come direttore della fotografia il grande maestro francese Henri Alekan).

Nello stesso anno di Der Himmel über Berlin (1985), uscì Tokyo Ga. Forse adesso è più chiaro il perché in un una pagina dedicata ad Ozu, ho parlato sin ora quasi solo di Wenders. Il mio debito nei confronti dell’autore tedesco, già così grande, diviene vertiginoso, perché con questo documentario egli mi fece – ci fece – conoscere il regista giapponese Ozu Yasujirō, noto in Italia solo ai cinefil più intraprendenti, quelli che potevano andare all’estero a vedere le sue pellicole, non distribuite nel nostro paese. Potrei fare a questo proposito una chiosa polemica sul provincialismo italiano…; me la risparmio.
Tokyo-Ga paga a sua volta un debito di riconoscenza verso quell’autore giapponese che diceva di se di considerarsi un “venditore di tofu”… La presenza dello stile di Ozu nei primi film di Wenders, visti con lo sguardo di poi, mi pare abbastanza chiara. Ma più ancora che dello stile, Wenders apprezzava la poesia, la delicatezza, l’umanità che traspare nei film del cineasta giapponese. La stessa poesia e la medesima umanità che egli conferisce ai personaggi di Alice e che ritroviamo in Paris, Texas o in Il cielo sopra Berlino

Perché Ozu non ebbe nel resto del mondo la fama e la notorietà che aveva in Giappone? In Europa e in America l’eccellenza del cinema giapponese era rappresentata da Kenji Mizoguchi e da Akira Kurosawa, che raccontavano storie molto diverse (appartenevano a due generazioni diverse). Forse Ozu era troppo giapponese e non lo era abbastanza (non ci sono eroi e samurai nei suoi film). I suoi film non hanno il respiro epico di quelli del più giovane Kurosawa, né la raffinata sensualità di quelli del più anziano Mizoguchi. Sono storie a volte troppo semplici per l’esigente pubblico popolare d’occidente, avvezzo all’intrigo, alla suspense, alle passioni violente piuttosto che ai sentimenti delicati.
Quello che affascina me nei film di Ozu è la grande cura delle inquadrature, il ritmo sempre pacato, la grafia chiara, nitidissima e l’uso non convenzionale dei punti macchina (quasi sempre ribassati) e delle inquadrature dei dialoghi (frontali),  nelle quali i personaggi parlano direttamente allo spettatore.

Di seguito, i Plot di alcuni film recentemente restaurati e rimessi doverosamente (anche se tardivamente) in circolazione.


Tarda primavera (Late Spring, 1949) è il film quintessenziale di Ozu. Storia di un vecchio professore e sua figlia (lei non vuole sposarsi per non lasciar solo il padre, lui si sacrifica per spingerla al matrimonio), è una descrizione potente e insieme lieve dell’inevitabile mutevolezza delle cose umane.

Viaggio a Tokyo (Tokyo Story, 1953) è ancora oggi il più famoso dei film di Ozu, e lo celebra con estese citazioni Wim Wenders in Tokyo-ga. E’ la cronaca venata di amarezza del viaggio di un’anziana coppia per far visita ai figli sposati nella metropoli.

Fiori d’equinozio (Equinox Flower, 1958) ironizza pacatamente sulla perdita dell’autorità paterna: un padre che si oppone al matrimonio della figlia viene battuto dalle forze coalizzate del mondo femminile.

Buon giorno (Good Morning, 1959), remake alla lontana del capolavoro muto Sono nato, ma…, è una deliziosa commedia sullo sciopero del silenzio di due fratellini che vogliono che la famiglia compri un televisore; e insieme è una divertita riflessione sul linguaggio: di cosa parliamo quando parliamo?

Tardo autunno (Late Autumn, 1960) è un ironico film, pieno di nostalgia agrodolce, su tre vecchi amici, ex corteggiatori di una donna ora vedova. Cercano di combinare il matrimonio della figlia di lei, col pensiero che pure la madre si possa risposare.

Il gusto del saké (An Autumn Afternoon, 1962), ultimo film di Ozu, è un’elegia del tempo che scorre e della nostalgia del passato, imperniato ancora sul tema del matrimonio, ma con un accenno sul filo del ricordo agli ambienti studenteschi dei vecchi tempi.

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