Il Cinema Italiano delle origini

Il cinema italiano dal 1905 al 1914

“Il cinema italiano sembra nascere sotto il segno del Risorgimento”…

Filoteo Alberini era stato il primo italiano a far brevettare nel 1895 una macchina da presa. Diresse, con un vasto numero di comparse, La presa di Roma nel 1905, che era la ricostruzione degli avvenimenti del 1870. La piccola società di produzione da lui fondata ricavò grossi proventi con alcune riprese del Terremoto di Messina, e assunse il nome di Cines.

Una rapida fioritura, una incredibile fortuna, e infine una improvvisa decadenza, segnarono le tappe del cinema italiano. Un autentico capolavoro dopo un così grande successo internazionale, Alle rivali della Ambrosio, la Cines, l’Itala, la Pasquali, furono tuttavia lontane dal raggiungere un’immediata specializzazione nelle ricostruzioni di ambiente romano. I primi grandi successi italiani furono dei film comici, interpretati da attori venuti dalla Francia: Marcel Fabr, Ferdinand Guillame (Polidor), André Deed e altri.

André Deed (Cretinetti) fu un comico francese che divenne molto celebre Italia negli anni precedenti la Prima guerra mondiale

Il Cinema italiano si era caratterizzato sin dagli esordi per i temi storici, e ciò per diversi motivi abbastanza ben identificabili: la non ancora assimilata unificazione nazionale certamente ne dovette rappresentare una se non la principale motivazione. La tradizione letteraria – con la figura centrale di Dante – e quindi il Rinascimento, ecc.  fornivano spunti e personaggi che ispiravano costantemente la narrazione di storie adatte per il racconto cinematografico. Infine, l’esempio sempre influente della vicina Francia, e mai come in questo caso ben giustificata, costituiva un indiscutibile modello per il nostro Cinema delle origini. 

De “Gli ultimi giorni di Pompei” esiste anche una messa in scena del 1913
“Quo Vadis”, di Enrico Guazzoni del 1912 è stata la prima edizione 
tratta dal romanzo storico di Henryk Sienkiewicz

Proprio alla Francia – da dove sin dai primissimi anni erano giunti in Italia gli operatori per filmare i paesaggi più pittoreschi del Bel Paese – guardavano i primi produttori al di quà delle Alpi. La “Film d’Arte Italiana” era un ricalco della Film d’Art francese, nata quest’ultima con il dichiarato intento di nobilitare il cinematografo radicandolo nella tradizione teatrale della Comédie Française. Già nel 1910 per questa casa di produzione con sede a Roma, esce una Lucrezia Borgia diretta da Girolamo Lo Savio, su soggetto di Ugo Falena. Ma ancor prima aveva spopolato Gli ultimi giorni di Pompei (1908), uno scenario di Arturo Ambrosio e Luigi Maggi, girato da Roberto Omegna. Del 1912 e il più celebre Quo Vadis?, diretto da Guazzoni   e tratto dal romanzo dello scrittore polacco Henryk Sienkiewicz. Questo come i numerosi altri film a sfondo storico, prepararono il terreno al più noto e celebrato  esito del cinema italiano di quegli anni, Cabiria, scritto, prodotto e diretto da Giovanni Pastrone, il quale si avvalse della collaborazione di Gabriele D’Annunzio per la sceneggiatura e di Ildebrando Pizzetti. Il musicista scrisse per questo film la Sinfonia del Fuoco, che accompagnava la parte più suggestiva della pellicola. Quest’opera rappresentò l’apogeo della cinematografia italiana degli anni Dieci; la conclusione di una parabola ascendente progressiva e in un certo senso esemplare. Cabiria fu un film di grande successo, ammirato e imitato persino in America. 

Una celebre inquadratura di Cabiria di Giovanni Pastrone

[Altri titoli di film in costume prodotti in Italia dopo il 1908:  La caduta di Troia, (Itala Film Torino, 1911) diretto da Piero Fosco (G. Pastrone); L’Odissea e L’Inferno (Milano Film, 1911)diretti entrambi da Giuseppe De Liguoro; SpartacoIl gladiatore di Tracia (Pasquali Film, 1913) diretto da Giovanni Enrico Vidali.
I maggiori registi italiani di film in costume (i “peplum”, ma non solo) di quegli anni (1908-1918) furono, Enrico Guazzoni (…), Giuseppe De Liguoro (…) Luigi Maggi (…), Nino Oxilia (…), Mario Caserini (…), Giovanni Pastrone (…)].

Mentre continuava all’orgia romana con il film di Nino Oxilia (In hoc signo vinces), Guazzoni (Marcantonio e Cleopatra, ecc), Mario Caserini (FedoraNerone e AgrippinaLa distruzione di Cartagine), nuove tendenze si fanno strada nel cinema italiano. L’influenza dei drammi mondani danesi sembra essersi manifestata nell’opera di Nino Oxilia (L’ultimo abbraccioLa miniera di ferroLa cavalcata della morte). Il suo film Tempeste dell’anima, del 1912 molto probabilmente ha ispirato la sceneggiatura della famoso I prevaricatori di Cecil B. de Mille. Questo stile era proprio anche dei film Pasquali: In fondo al baratroSugli scalini del tronoLa morfinaL’ ombra del passatoPassione zigana (con Diana Karenne).

Dopo il 1914, in Italia i drammi mondani prevalsero sui grandi colossi storici. Il regno della diva aveva inizio. Le sceneggiature dell’epoca attinsero spesso ai romanzi magniloquenti di D’Annunzio e al teatro di Henri Bataille. Piero Fosco, dopo Cabiria, giro Il fuoco, dramma a due personaggi, dal celebre romanzo dannunziano, interpretato da Fabio mari e Pina Menichelli, bizzarramente travestita da gufo. L’enfasi e la gesti colazione esagerata, tutti i suoi stati d’animo ci appaiono oggi più comici che tragici, ma le dive erano divenute le padrone assolute del cinema italiano. Già prima del 1914 percepivano per ogni film un compenso di oltre Fr. 100.000 oro, e il film del costo di due o 3 milioni non rappresentavano più un’eccezione.

Una massiccia pubblicità propagandava i nomi delle dive italiane: Italia Almirante Manzini, Lydia Borrelli, Lidia e Letizia Quaranta, Maria Jacobini, Giovanna Terribili González, Mary-Cleo Tarlarini, Francesca Bertini Hesperia, Lina Cavalcanti Kally Sambucini, tutte bellissime donne dai nobili lineamenti che agitavano braccia statuarie. Mario Bernard, Alberto Capozzi, Ettore Berti, Emilio Ghione, Fabio Mari, Umberto Mozzato e Amleto novelli erano i loro partner. Più del soggetto o di una scena sensazionale, contava ormai la presenza di una diva celebre. Sicure del loro valore, Alle dive avevano, presso la loro società di produzione, i propri sceneggiatori e i propri registi. … questo mondo di passioni e di delirio si rifletteva fantasticamente nelle sceneggiature bizzarre e ingegnose dei film. Furono appunto questi eccessi ad affrettare la decadenza del cinema italiano, che si delineò nel 1915, nonostante si fosse fatto ampio ricorso al teatro e ai romanzi francesi allora in gran voga, cosa che gli alienò la clientela anglosassone. 

Non di solo trame storiche e di imponenti scenografie con grandi masse di comparse si nutriva il giovane cinema italiano. Nello stesso anno di Cabiria, il 1914, Nino Martoglio mette in scena un soggetto originale di Roberto Bracco Sperduti nel buio – un film del quale ci sono rimasti solo pochi fotogrammi e le cronache del tempo –  ritenuto da alcuni critici una lontana anticipazione delle tematiche e dello stile del futuro Neorealismo. 

“Sperduti nel buio”, un film di cui ci restano solo testimonianze scritte. Tutte le copie sono andate perse. 

La fama di Cabiria fu grandissima, tanto da oscurare un’opera ancor più importante ma che non varcò le frontiere dell’Italia: Sperduti nel buio del 1914, diretto da Nino Martoglio, per una casa cinematografica destinata ad aver vita breve, la Morgana. Sperduti nel buio si richiamava a una tradizione realistica che non era stata del tutto assente nel cinema italiano nonostante l’enfasi di alcune regie romane. Il realismo del cinema francese aveva forse avuto una certa influenza sul cinema italiano con la Denizot, per esempio, che realizzò a Milano il mutilato, un dramma popolare della tradizione di Zecca: ma, più che alle scuole straniere, il cinema italiano doveva molto alla letteratura napoletana. Sperduti nel buio, del resto, era all’adattamento cinematografico di un’opera di Roberto bracco.

Questo film, per ritrarre  contemporaneamente due ceti sociali, fece largo uso di un montaggio pieno di contrasti, sistema di cui in seguito doveva servirsi abbondantemente Griffith. L’azione si svolgeva contemporaneamente nei palazzi del ricco duca di valenza e nei tuguri della Napoli povera, affollata di mendicanti e di popolani. La descrizione degli ambienti poveri metteva in risalto alcuni aspetti tipici della Napoli dell’epoca: le superstizioni, il gioco del lotto, e miseri vicoli caffè, le vendette, e uno superstizioso rispetto per la nobiltà. Il film era splendidamente interpretato. Il grande attore siciliano Giovanni grasso, amico di Gorkij, Faceva la parte del circo, la bravissima Virginia Balestrieri era la ragazza sedotta, Dello Lombardi il duca di Valenza e Maria Carmi la sua amante.

Sperduti nel buio, conservato dalla cineteca italiana e spesso proiettato prima del 1944 dal suo ammiratore e il critico Umberto Barbaro, potete influire sulla nascita del Neorealismo italiano. Oggi e sui fotogrammi colpiscono profondamente per la loro modernità. Il film preannunciava Griffith, ma anche i grandi maestri sovietici, primo fra tutti Pudovkin.

Il realismo, o per meglio dire il verismo, e anche la caratteristica dell’altra grande opera di Nino Martoglio: Teresa Raquin, tratta dal romanzo di Zola. E non è assente nemmeno in  Storia di un Pierrot di Baldassarre Negroni.

(Salvo diversa indicazione, i paragrafi in corsivo sono tratti da Georges SadoulStoria del cinema mondiale, Milano, 1964).

Nello stesso periodo si andava affermando il fenomeno del divismo, incarnato da attrici come Lydia Borelli, Maria Jacobini, Rina De Liguoro, Maria Almirante Manzini e soprattutto Francesca Bertini ed Eleonora Duse. 


“Il fenomeno del d. è direttamente legato alla cultura di massa del Novecento e, in origine, al medium per eccellenza di questa cultura, il cinema. Nel 19° sec. erano già emerse stelle del balletto e vedettes del teatro come Eleonora Duse, Sarah Bernhardt e Mademoiselle Mars, ma non si era ancora avviato il processo di massificazione della cultura, e l’industria non aveva ancora colonizzato la sensibilità collettiva. La civiltà occidentale, dominata dalla complessa interazione di economia, tecnica e scienza, ha trovato in sé stessa un antidoto allo spirito razionalizzatore che ha standardizzato le esistenze, atomizzato gli individui e disincantato il mondo: i divi. Proprio in quanto prodotti della cultura di massa e al contempo arcaismo della modernità, i divi simboleggiano la potenza del mito del doppio all’interno della civiltà razionalista. Essi incarnano un bisogno moderno di fede, un bisogno psicologico e affettivo di proiezione e di identificazione dell’individuo con una vita diversa, una vita che potrebbe accordarsi con i suoi desideri, una vita da eroe, da ribelle o da aristocratico, una vita intensa, rischiosa e non soggetta agli obblighi prosaici della banalità quotidiana, fatta di amore, di bellezza, di forza, di piaceri, di felicità e di immortalità.” (Fonte Treccani)

La Bertini fu l’interprete femminile di Assunta Spina, diretto da Gustavo Serena nel 1915 su soggetto di Salvatore Di Giacomo.

Francesca Bertini in “Assunta Spina”co-diretto dalla stessa attrice 

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